L’hard disk rotto? Lo metto nel freezer

Posted On 27 Apr 2010
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hard_diskDa Milano – Accendere il computer per scoprire che il nostro hard disk, fedele supporto dei dati di una vita, ha deciso di passare a miglior vita. E come se non bastasse per pigrizia non abbiamo un backup aggiornato. Alzi la mano chi ha un backup aggiornato!
Vabbè! Ormai ci troviamo di fronte ad un freddo pezzo di metallo che potrebbe essere usato come fermacarte oppure diventare un bel quadretto sulla parete dello studio, una volta smontata la placca superiore.
Prima di lasciarsi andare a gesti sconsiderati, è possibile sperimentare qualche soluzione empirica per ottenere quelle ulteriori due o tre ore di vita che ci consentirebbero di copiare almeno quelle directory così importanti.
Per prima cosa controlliamo tutti i contatti e diamo una soffiata con una bomboletta di aria compressa del tipo per la pulizia dei contatti elettronici, soprattutto nelle zone di innesto delle piattine di collegamento con il controller. Questi tipi di bombolette, a base in generalmente di Isobutano e Propano, si trovano anche nei supermercati ad un prezzo contenuto.

 
Qualora il primo intervento non dia i frutti sperati occorre provare ad utilizzare uno strumento che utilizzi un sistema operativo proprio per accedere direttamente all’hardware.
Tra questi ho personalmente provato BARTPE di Bart Lagerweij ([email protected]), reperibile all’indirizzo http://www.nu2.nu/pebuilder/ e SARDU (acronimo Shardana Antivirus Rescue Disk Utility) del bravo Davide Costa ([email protected]), reperibile all’indirizzo http://www.sarducd.it/.
Entrambi i programmi consentono di operare con un sistema operativo integro per cercare di accedere all’hard disk difettoso. La differenza tra i due è che mentre BARTPE è Windows oriented e necessita del CD originale di Windows XP per poter essere generato, SARDU utilizza anche una discreta varietà di mini distribuzioni Linux tra cui NimbleX e Slax.
Quale funzionalità aggiunta ed estremamente utile, entrambi i programmi consentono di operare una scansione antivirus sull’hard disk senza che nemmeno un bit venga letto in fase di avvio anche qualora sia contenuto nel settore di boot o nel MBR dell’hard disk un virus o trojan tra i più malefici.
L’hard disk resta inaccessibile? Va bene, anzi va male! Comunque non disperiamo e proviamo a spostare il disco su di un altro PC, magari facendo attenzione a settare correttamente i jumper da master a slave, o viceversa. In tal modo un secondo hard disk può essere installato su un PC funzionante e sarebbe possibile tentare un ripristino con qualche software commerciale specializzato, come ad esempio Data Rescue PC della Prosoft http://www.prosofteng.com/products/data_rescue_pc.php.
Neanche adesso funziona? Prima di fare il biglietto per Medjugorie dobbiamo parlare di qualche nozione fisica. Sappiamo tutto sugli hard disk; sappiamo che cosa sono i piatti, le testine, il film magnetico che riveste i piatti e qual è il meccanismo di memorizzazione dei dati. Non abbiamo ben chiaro, però, alcuni concetti fisici quali ad esempio la dilatazione termica e gli shock termici che sono la vera causa della dipartita degli hard disk.
In natura tutti i materiali sono soggetti a dilatazione termica. E fin qui siamo tutti d’accordo. Infatti, accendi oggi e spegni domani, la temperatura passa dai 20 gradi del tepore delle nostre case ad anche 60 o 70 gradi causando nel passaggio qualche micron di dilatazione termica che potrebbero formare nel tempo delle microscopiche fessure ed interrompere qualche contatto elettronico.

 
Per ovviare a tale fenomeno meglio sarebbe tenere gli hard disk sempre accesi, come avviene per i server, ma a casa, magari in sala o in cameretta, ciò non è possibile.
Proviamo allora a tenere l’hard disk difettoso, una volta smontato dal PC, dentro il congelatore per una nottata intera per portarlo ad una temperatura inferiore allo zero, magari avvolgendolo in un sacchetto frigo per cercare di attenuare la formazione di cristalli di ghiaccio. Tipicamente i congelatori domestici variano tra un minimo di -5° per arrivare fino a -18° ed oltre, per cui sono più che sufficienti per lo scopo.
Cosa avvenga non è assolutamente chiaro. Probabilmente può variare di quei pochi micron necessari la geometria delle testine, oppure si abbassa la resistenza elettrica aumentando la conduttanza con il freddo, oppure qualcuna di quelle microscopiche fratture di cui parlavamo innanzi si riduce, oppure ancora l’intervento Divino è a noi propizio, ma nella stragrande maggioranza dei casi, prima che il disco si scaldi nuovamente, dovremmo avere abbastanza tempo per fare una velocissima copia dei dati che ci servono.
Se ci troviamo in una di quelle rare situazioni in cui abbiamo davanti ancora un hard disk non funzionante allora siamo proprio nel panico. E’ il momento di provare una di quelle soluzioni da far rizzare tutti i peli della schiena: prendere l’hard disk a martellate, tanto ormai è da buttare, vero?
Inizialmente con gentilezza, mi raccomando, lateralmente e sulla superficie superiore, dove il rivestimento metallico è più spesso. Potrebbe accadere che un debole urto possa in qualche modo disincagliare un componente meccanico che si è grippato e ripristinarne la funzionalità.
Potrebbe accadere ancora che la gentilezza da sola non basti. Allora si può provare sempre più forte, sempre senza esagerare, perché questa è veramente l’ultima spiaggia.
Anzi, magari la penultima, visto che alcune dite specializzate riescono a recuperare dati anche da hard disk che sono stati danneggiati in seguito ad un incendio.
Per questa ultima opzione occorre considerare il valore dei dati contenuti dall’hard disk difettoso perché generalmente, il recupero avviene utilizzando strumenti complessi, smontando la meccanica in camera sterile e recuperando il recuperabile leggendo direttamente dal piatto magnetico. Il costo dei dati ripristinati è generalmente direttamente proporzionale alla difficoltà con cui sono stati recuperati.

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